Estratto Crime & Thriller Prima edizione 2026
Copertina del romanzo Il prezzo del cambiamento

Nera Jones Investigazioni

Il prezzo
del cambiamento

Le prime pagine del romanzo in anteprima online

© Copyright 2026 Ugo Mursia Editore s.r.l. – Milano

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Un invito segreto, un codice da digitare, e si spalanca l’ufficio nascosto di Nera Jones. Nessuna targa, nessuna pubblicità. Solo la promessa che lei vedrà ciò che gli altri ignorano.
Un adolescente svanisce nel nulla. Il padre, uomo potente e inflessibile, vuole insabbiare tutto. Niente denunce. Niente polizia. Ma Nera non si ferma. Si muove tra strade reali e vicoli digitali, con travestimenti ingegnosi, identità fittizie e compagni hacker. Inizia così una caccia invisibile che affonda nelle identità di genere, nel mondo queer e nei fantasmi del passato, pronti a colpire ciò che lei ama di più. Questa volta, però, nessun algoritmo potrà salvarla: dovrà sporcarsi le mani con la realtà più dura. Un’indagine fuori dagli schemi. Una protagonista che li rompe tutti. Un giallo tagliente, contemporaneo, dove ritrovare un ragazzo significa soprattutto affrontare ciò che ci definisce. E ciò che può distruggerci.

Michele

Come ci si sente a ricevere un calcio nello stomaco? Fa un male cane, specie se si è incrinata qualche costola. E ricevere un pugno in faccia? Fa molto male, specie se ti hanno rotto il setto nasale. La bocca è gonfia e senti l’odore del sangue, il tuo.

«Stronzo di un frocetto!» urla il picchiatore mentre mi assesta un calcio alle parti basse. Ecco, almeno lì non sento molto dolore, ma il colpo è comunque violento. Un conato di vomito misto a non so cosa, imbratta il pavimento della cucina del ristorante. Era sembrata una buona idea nascondermi qui, nel giorno di chiusura, ma questi bastardi mi hanno rintracciato lo stesso.

Il compagno del picchiatore mi rigira con il piede che calza un anfibio nero, lucido e adesso imbrattato.

«Cazzo, dovrò buttare le scarpe dopo questo lavoro! Guarda come mi ha sporcato» dice ridendo il tizio alto e magro, coperto di tatuaggi e rasato quasi a zero. Con gli occhi tumefatti non riesco a distinguere nulla, c’è solo una penombra grigia sfumata. Il dolore è troppo per pensare ad altro, ma come ho fatto a mettermi nei casini?

Sento delle parole riecheggiare nell’aria, è come se fossi sott’acqua, rimbomba tutto, peccato che parlino di me e molto male.

«Nooo! Lo stronzetto è già morto? Non si muove, controlla se è andato. Non è durato abbastanza per farci divertire.»

9

«L’importante è che non romperà più le palle a nessuno.»

«Dagli un altro paio di colpi per sicurezza.»

Il respiro mi si spezza, l’aria manca del tutto! Una specie di oblio mi avvolge mentre il mio corpo viene percosso violentemente da un oggetto metallico, e infine tutto diventa nero. “Ma non è ancora ora di morire” penso...anzi spero.

Ehi, ma c’è una voce nuova nella stanza, ha un timbro strano: non è femminile, anche se ha dei toni alti ogni tanto, ma nemmeno maschile.

È una voce che parla dicendo delle parole che non capisco, sono troppo stordito.

«Ragazzi...» Poi comprendo che cosa dice. Fa una pausa che dura un’eternità e riprende: «Avete picchiato troppo, e comunque è una lei, anche se sembra un lui. Non avete mai sentito parlare di persone trans?».

Come ha fatto a saperlo?

Non importa, tanto non riesco più a ragionare e credo di stare svenendo.

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Agenzia Jones

L’auto dai vetri oscurati rallentò e accostò al marciapiede.

Astolfo Sartori rimase seduto sul sedile posteriore qualche secondo di troppo, osservando i palazzi antichi che si affacciavano sulla strada. Linee severe, eleganza discreta, tipica architettura milanese. Non era lì per fare il turista e lo sapeva benissimo.

L’autista, Giorgio, rimase in silenzio. Si sistemò gli occhiali scuri senza voltarsi, impassibile come imponeva il protocollo.

Astolfo era abituato a ricevere i compiti peggiori. Quelli sporchi, quelli delicati, quelli che nessun altro voleva gestire. Quella doveva essere la terza volta in pochi giorni. I primi due investigatori contattati non avevano concluso nulla. Non che fossero stati messi realmente in condizione di farlo. Troppe informazioni trattenute, troppi rischi. Il pericolo di un ricatto era reale. Ormai non ci si fidava più di nessuno.

Posò istintivamente una mano sulla valigetta ventiquattro ore. La pelle liscia sotto le dita lo rassicurò, nemmeno fosse la coperta di Linus.

Di quell’investigatore si diceva una cosa sola. Non esisteva. Nessuna traccia online, nessuna recensione, nessun profilo. Solo passaparola. Una volta chiuso un caso, i clienti non avevano più modo di ricontattarlo. L’indirizzo e-mail indicato sul biglietto da visita restava valido solo per nuovi incarichi e nuovi clienti, altrimenti nessuno avrebbe risposto.

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Se non fosse stato per il peso politico del suo superiore, nessuno si sarebbe nemmeno azzardato a parlare, e lo scambio politico di confidenze era il suo core business.

«Giorgio, io scendo. Tu parcheggia più avanti. Se non torno entro venti minuti, procedi secondo il piano.»

«Ricevuto» rispose l’autista con un cenno del capo. «Situazione poco usuale, ma sono pronto.»

«Siamo in ballo e balliamo. Stai all’erta.»

Scese, controllò velocemente l’ingresso e si avviò verso il portone.

Il citofono lo lasciò interdetto. Nessuna targhetta, nessun nome. Solo un tastierino numerico. L’auto ripartì alle sue spalle.

Era solo adesso.

Estrasse il biglietto dalla tasca interna della giacca. Sembrava una cartolina di auguri, cartoncino rosso acceso. Sul retro, codici alfanumerici.

Digitò 2703, poi l’asterisco e infine l’icona del campanello.

Istruzioni assurde.

Il portone si aprì in silenzio e si richiuse immediatamente alle sue spalle. Nessun pulsante per l’uscita. Astolfo deglutì. Era un segretario, non un uomo d’azione.

Percorse il corridoio lentamente. Il tappeto ovattava i passi. In fondo trovò l’ascensore, chiuso. Un’altra pulsantiera. Digitò 6502 e premette due volte l’asterisco. Le porte si aprirono.

Non appena entrò, si richiusero.

Una voce neutra chiese: «Quale piano, per favore?».

«Decimo.»

«Il decimo piano non esiste. A quale desidera andare?»

Il biglietto indicava chiaramente il numero.

La voce suggerì nuovamente: «Ripeta per favore. Se è indeciso, prema l’asterisco».

Premuto il pulsante, l’ascensore iniziò a salire. Nessun indicatore, nessuna luce. L’edificio non sembrava così alto. La sensazione di perdita di controllo aumentò, finché non si fermò dolcemente.

«Grazie per l’utilizzo. Può uscire, per favore?»

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«Almeno è educato» mormorò in risposta.

In fondo al corridoio c’era un’unica porta. Parte superiore in vetro smerigliato. Una scritta in stile anni Cinquanta: “Investigazioni Occhio Privato”.

Nessuna maniglia. Nessun pulsante. Non sapendo bene cosa fare, da uomo poco avvezzo alla tecnologia, bussò.

La porta si aprì di scatto.

Dentro, una scrivania al centro della stanza. Computer acceso, fogli, penne economiche. Dietro al tavolo sedeva una donna bionda, tailleur su misura, completamente assorta nel monitor. Sembrava uscita da un film d’epoca.

La porta si richiuse da sola.

Nulla che giustificasse l’altissimo onorario richiesto e in parte già pagato.

«Buongiorno.»

La signora alzò un dito, chiedendogli di attendere. Solo dopo alcuni interminabili secondi sollevò lo sguardo.

«Buongiorno. In che cosa posso esserle utile?»

«Posso sedermi?»

«Ma certo. Mi perdoni.»

Quando si accomodò, lei chiese: «Ora si sente a suo agio?».

Astolfo ripercorse mentalmente l’intera trafila per arrivare lì. E-mail con domini inesistenti, link temporanei, messaggi vocali codificati, SMS criptici. Il pagamento in bitcoin che aveva richiesto ore e consulenti per capire come comprare quei 0,3 bitcoin da gente abituata a trattare solo con il mondo delle banche e della finanza. Il corriere con la busta che conteneva il cartoncino d’auguri. Sul retro era indicato un indirizzo, un orario e quei codici di accesso. In fondo c’era un breve messaggio: “Accettiamo di parlare del caso che volete sottoporci. Non arrivate in ritardo per non perdere l’anticipo”.

«Signora, ho l’ordine di parlare solo con l’investigatore Jones. Il caso è estremamente delicato.»

Lo sguardo della donna cadde sulla valigetta. Poi tornò su di lui.

«Il “signor” Jones la sta ascoltando in questo momento. Se deciderà di accettare il caso, potrà incontrarlo.»

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Astolfo esitò.

«Non so se posso parlare con lei.»

«Non sia nervoso. Se non fossimo discreti, non sarebbe qui e voi provereste ad assumere l’ennesimo investigatore incompetente.»

«Come fate a sapere...» «È il nostro mestiere. Vuole che le dica per chi lavora e a quale partito appartiene? O procediamo, signor Astolfo Sartori?»

Astolfo sbiancò.

«No, la prego.»

«Allora vada avanti.»

«La figlia del mio capo è scomparsa da quattro giorni. Si chiama Michelle.»

«Avete avvisato le autorità?»

Scosse la testa.

«Nessuna denuncia. È... una situazione delicata. Come lei può immaginare, il mio datore di lavoro, non può avere scandali. La versione ufficiale è che sua figlia Michelle è andata a studiare con un tutor privato per prepararsi agli esami. Ma mi sta ascoltando?»

La donna consultò il monitor.

«Sì, siamo tutti orecchi. Leggevo alcune informazioni su Michelle. Sedici anni. Studia a Ginevra in una scuola privata super esclusiva. Assenze frequenti. Voti nella media. Qualche idea del motivo della sua scomparsa?»

«Pensiamo a un rapimento. Ma fino ad ora nessuna rivendicazione è arrivata.» le disse suggerendo le conclusioni a cui erano giunti: «È stata esclusa la pista della fuga e nessuna delle sue carte di credito è stata usata negli ultimi quattro giorni».

«Ricatto politico?»

Astolfo annuì.

La donna prese un telefono dal cassetto, scorse alcune informazioni.

«Dai social è emerso un profilo interessante della ragazza. C’è qualcosa di importante che non mi ha detto? Qualcosa “di genere”? Se capisce cosa intendo.»

Silenzio.

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«Non sia timido, se non ci racconta tutto non potremo accettare e risolvere il caso rapidamente. Forse non abbiamo poi tutto questo tempo a disposizione.»

«La ragazza è convinta di essere un maschio. Si veste da maschio e si comporta come tale. Pensiamo sia solo una ribellione adolescenziale nei confronti del padre severo.»

«Michele» esclamò lapidaria. «Già. Sui social si firma con questo nome. Guardi che non è una cosa grave. Ah... ora che ci penso, il suo capo fa parte di un partito di estrema destra che ha espresso in passato posizioni contrarie al gender. Ironia della sorte, ora si ritrova in casa quello che ha sempre combattuto: un ragazzo transgender. Comunque non sono affari miei, non sta a me giudicare.»

«Adesso posso incontrare l’investigatore Jones?»

La donna sorrise. Inclinò la testa e indicò sé stessa.

«Accettiamo il caso... e prima che dica altro, non esiste nessun “Signor” Investigatore Jones, almeno inteso al maschile. Mi presento: Nera Jones, la titolare dell’agenzia.»

Astolfo rimase senza parole.

«Sì, lo so. Tutti entrano e pensano che io sia la segretaria e li lascio fare per capire meglio con chi ho a che fare, anche se in realtà, quando ricevete il biglietto di invito, so già quasi tutto.»

«Ma le informazioni su Michelle, che dice di essere trans, quelle non poteva saperle prima.»

«Michele, è un ragazzo! Anche se non volete accettarlo bigotti come siete.» esclamò puntando un dito come se fosse un’arma. «Comunque, tornando alla sua domanda, e solo per sua conoscenza: quando era al citofono è stato digitalizzato da un’intelligenza artificiale che ha iniziato a creare il suo profilo. In seguito, ha poi incrociato i dati con quelli acquisiti in precedenza sul suo capo e sul partito politico di cui fa parte. La stessa ha ascoltato la conversazione, fornendomi le informazioni quasi in tempo reale. Alta tecnologia. Siamo abbastanza bravi per lei e il suo datore di lavoro?»

La segretaria aprì un cassetto e gli porse un altro cartoncino, azzurro.

«Secondo acconto. Qui trova il wallet. La tecnologia costa. I risultati anche. Prima pagate e prima iniziamo.»

Si alzò, invitandolo a fare lo stesso.

Quando lui si avviò verso l’uscita, la voce tornò suadente.

«Grazie per essersi rivolto alla nostra agenzia. Non chiami. La contatteremo noi.»